venerdì 18 febbraio 2011

MERITOCRAZIA E GIUSTIZIA SOCIALE.

l.benadusi . Mondoperaio, gennaio 2011

In un paese travagliato da costanti lacerazioni politiche ed ideologiche quale è l’Italia l’ideale della meritocrazia, pur così lontano dalla realtà dei pensieri e dei comportamenti degli italiani e forse proprio perché così lontano, sembra assurgere ad un ruolo di collante bipartisan, qualcosa di cui o si fa una bandiera (per taluni politici o consiglieri di politici la propria bandiera), o per lo meno un argomento assolutamente indisputabile (beninteso sul piano delle retoriche, la pratica essendo altra cosa). Negli altri paesi europei il credo della meritocrazia è celebrato in un modo un poco meno ossessivo, ma gode pur sempre di crescenti consensi, correlato com’è alla erosione del vecchio Welfare (nelle versioni nordica e continentale, per riferirci alle note tipologie di Esping-Andersen), ed all’esaltazione - alquanto scalfita sì, ma non interrotta dall’avvento della crisi globale - del modello sociale americano. Ciò che sembra ancora distinguere la sinistra rispetto alla destra, pure nel loro comune ossequio alla religione del merito, è il rapporto da stabilire fra questo nuovo valore e la tradizionale religione dell’eguaglianza. Come osservava Bobbio, il vero discrimine “filosofico” fra destra e sinistra sta proprio su questo punto. Infatti, la “Terza via” blairiana – pensiamo al volume The New Egalitarians edito qualche anno fa dal suo principale teorico, Anthony Giddens – riprendendo e spingendo avanti orientamenti già emersi tra i laburisti inglesi nella seconda metà del secolo scorso, si è posta all’avanguardia di una svolta meritocratica all’interno dell’intera sinistra europea, non senza però sottolineare che essa andava intesa come una riformulazione e non come l’abbandono della vecchia e cara idea dell’eguaglianza. In realtà il principio meritocratico, a differenza del vecchio regime aristocratico basato sull’ereditarietà, si presenta indissolubilmente intrecciato con una delle diverse possibili declinazioni dell’idea di eguaglianza, le eguali opportunità. Una declinazione che postula l’azzeramento delle disuguaglianze sociali nel passaggio da una generazione all’altra, un riallineamento delle opportunità come presupposto imprescindibile per una gara che si giochi unicamente sul merito, e che grazie a ciò finisca con un’equa produzione, piuttosto che con un’iniqua riproduzione, delle disuguaglianze. Di qui la centralità dell’educazione, vera e propria culla della società meritocratica, in quanto solo dopo che la scuola abbia annullato l’impatto del background socio-familiare sulle competenze delle nuove generazioni queste possono entrare in una serie di competizioni meritocratiche – innanzitutto nel lavoro - facendovi valere unicamente risorse personali, che vengono dai più – ma, come si vedrà, di ciò si discute – compendiate nel binomio talento (naturale) + impegno (o sforzo). Su questa interpretazione si è registrato un consenso pressoché universale nel mondo occidentale, rilevabile perfino fra contesti culturalmente e politicamente distanti come, ad esempio, la Francia radicale e statalista di Durkheim e l’America liberale e individualista di Jefferson o di Conant. Piuttosto, la differenza fra Europa e Stati Uniti passa sul grado d’importanza, fino all’esclusività, che si accorda al principio di eguaglianza delle opportunità nell’ambito delle rispettive concezioni (dominanti) della giustizia e sul ruolo assegnato all’educazione. Negli Stati Uniti l’eguaglianza delle opportunità educative e la mobilità sociale meritocratica hanno rappresentato l’epicentro del progetto di costruzione di una società giusta. In Europa, invece, l’idea di giustizia si è connotata, ovviamente per la sinistra che se n’è fatta portatrice, in modo più decisamente egualitario, dal momento che l’eguaglianza è stata intesa come (relativamente) eguali condizioni da conseguire grazie alle politiche del Welfare ed all’imposta progressiva sul reddito, e non soltanto come eguali opportunità da assicurare a tutte le classi ed i ceti sociali essenzialmente per il tramite dell’educazione. La novità dell’oggi è in una sorta di inversione di tendenza: negli Stati Uniti con la politica di Obama – riforma sanitaria, limiti al potere delle banche e delle finanziarie, interventi contro la disoccupazione di massa – cominciano ad entrare in campo orientamenti e strumenti di policy tipici del contesto europeo, mentre in Europa sull’onda della crisi del Welfare tradizionale sta prendendo corpo un indirizzo di policy di tipo “americano”, che pone in primo piano l’istanza della meritocrazia (per la sinistra nella sua versione originaria, quindi con una connotazione egualitaria, per la destra in una versione esclusivamente procedurale che la avvicina a quella che Rawls, nella sua tipologia delle concezioni di giustizia, definiva “competizione naturale”, e che potremmo anche etichettare come una forma di darwinismo sociale).

L’individualismo asociologico
In quest’ultima accezione meritocrazia non significa infatti eguaglianza delle opportunità e mobilità sociale bensì semplicemente selezione dei migliori e perseguimento dell’eccellenza nei vari campi, dall’istruzione al lavoro e all’economia, grazie alla messa in opera di meccanismi concorrenziali ma a prescindere dalla correzione iniziale invocata dai fautori della parità dei punti di partenza. Accompagna l’avvento di questa nuova visione della meritocrazia, apertamente disegualitaria, e ne cementa l’alleanza con l’ideologia neo-liberista, un individualismo asociologico (del genere, per dirla con la Thatcher, “ non so che sia la cosa che chiamano società”) che porta con sé una sopravvalutazione dell’autonomia e della responsabilità dell’individuo insieme ad una sottovalutazione, o addirittura un misconoscimento, dei condizionamenti derivanti dai contesti entro i quali essi si trovano ad agire. Esattamente l’opposto del sociologismo determinista e deresponsabilizzante tanto diffuso negli anni post-68. Primi esempi di traduzione nella policy dell’istruzione di tale nuova visione della meritocrazia sono rinvenibili in alcune leggi o progetti di legge di governi europei – un recente decreto della Merkel ed il ddl di riforma universitaria della Gelmini – che non solo fanno del merito, come può essere considerato ragionevole (senza peraltro dimenticare che la Costituzione italiana parla di “meritevoli, anche se privi dimezzi”), il requisito per la concessione di premi agli studenti, ma negano ogni rilievo al bisogno anche solo come criterio per commisurarne l’ammontare. Altri esempi, questa volta concernenti i premi diretti non agli individui ma alle istituzioni, sono la mancata presa in esame, fra i criteri della valutazione alla base dell’allocazione delle risorse premiali, di imprescindibili fattori di contesto, quali la composizione della popolazione studentesca. Accade così che una scuola o un’università frequentata da studenti di origine sociale medio- bassa, con precedenti scolastici meno brillanti e magari con situazioni miste di studio e lavoro venga penalizzata solo per effetto della sua composizione, anche se i risultati ottenuti siano migliori di quelli conseguiti da istituzioni apparentemente più efficienti, ma in realtà solo più prestigiose grazie alle loro capacità di scremare i flussi in entrata (cream skimming). Lasciamo però da parte quest’ultima versione della meritocrazia, decisamente disegualitaria, e concentriamoci invece sul dilemma fra le due eguaglianze - eguaglianza delle opportunità ed eguaglianza delle condizioni - cioè tra il modello sociale tradizionale dell’Europa e il modello tradizionale americano, che è poi il vero dilemma davanti al quale si trovano, su ambedue le sponde dell’oceano, le correnti di pensiero e le forze politiche della sinistra riformista. Vi è anzitutto da notare che mentre l’eguaglianza delle opportunità, di stampo meritocratico, sembra godere in Europa di sempre maggiori consensi e rappresentare, insieme al Welfare attivo e alle politiche di empowerment, la nuova frontiera del riformismo di sinistra, sono apparsi di recente in Francia due libri, entrambi di sociologi (M.Duru-Bellat, Le Mérite contre la justice, Presses de Sciences-Po, Paris, 2009 e F.Dubet, Les places et les chances, Seuil, Paris, 2010), che conducono una critica serrata ed assai bene argomentata tanto della meritocrazia quanto dell’eguaglianza delle opportunità. Essi riprendono, ampliano ed aggiornano un indirizzo critico avviato più di cinquanta anni fa da un altro sociologo, questa volta inglese, con un gustoso e provocatorio libretto (M.Young, The Rise of Meritocracy, Transaction Publisher United, New York, 1958), nel quale si narrava l’ipotetica storia di una comunità dove a seguito di una rivoluzione si era insediato un rigoroso regime di meritocrazia egualitaria che dopo gli entusiasmi iniziali aveva provocato fortissime tensioni sociali culminate nel suo cruento abbattimento. Tuttavia,malgrado l’interesse suscitato dal libretto anche sul piano politico (perché l’autore – allora giovane intellettuale militante nel partito laburista – intendeva mettere in guardia il suo partito contro l’acritica adesione a questa nuova ideologia), il concetto di eguaglianza delle opportunità ha continuato fino ad oggi a rappresentare per la sociologia un indiscusso (ancorché spesso implicito) punto di riferimento normativo ed una sorta di tropismo della ricerca empirica in campi quali l’educazione, il lavoro, la mobilità sociale, e più di recente le relazioni di genere.

Nessun merito è meritato
Come si articola e su che cosa si fondano le critiche avanzate dagli autori dei due libri appena citati? Cominciamo col notare che esse appaiono largamente convergenti, e soprattutto nel volume della Duru- Bellat,ma anche in quello di Dubet, sono corredate e supportate dai risultati di un gran numero di indagini effettuate in Francia e in altri paesi. Vediamone gli argomenti più salienti. Innanzitutto ci si domanda se la meritocrazia possa essere davvero giudicata un ordinamento sociale rispondente a giustizia. Riaffiora qui il noto argomento di Rawls secondo cui, muovendo dal principio che nessuno meriti di essere né premiato né punito se non per qualcosa di cui porti la responsabilità, gli esiti della “lotteria naturale” non sono da considerarsi più giusti di quelli della “lotteria sociale”. Se nessun merito, nel senso di talento, è davvero “meritato”, combattere le diseguaglianze in termini di risorse (o dei rawlsiani “beni primari”) generate dalla lotteria sociale applicando la regola dell’eguaglianza delle opportunità non basta, sebbene la regola nei suoi limiti venga riconosciuta come una regola giusta. Le diseguaglianze, tutte le diseguaglianze, vanno giudicate eticamente accettabili solo a patto che fungano da incentivo per il conseguimento di altri obiettivi di giustizia. Obiettivi che come è noto nella teoria di Rawls (non così in altre, ad esempio nell’utilitarismo dove la giustizia è fatta coincidere con la massima utilità aggregata) si identificano nel massimo incremento delle risorse a disposizione dei soggetti più svantaggiati. Inoltre – e ci troviamo qui su una linea già battuta da molti nel fitto dibattito filosofico sviluppatosi da una quarantina di anni su questo tema – assolutizzare la norma dell’indipendenza dello status sociale dei figli rispetto a quello dei genitori comporterebbe (ne è tuttora una dimostrazione esemplare quanto prefigurato in proposito nella Repubblica di Platone) un vulnus per la libertà della famiglia e per il suo ruolo di centro di scambi affettivi e comportamenti solidaristici, effetto che pochi sarebbero pronti a riconoscere come giusto. Annullare l’impatto del background socio-familiare richiederebbe poi un grado di interventismo statale che di nuovo pochi sarebbero inclini a riconoscere come giusto e compatibile con il funzionamento di un ordinamento sociale e politico di tipo liberale. In più si pongono complicati problemi di misurabilità. La distinzione tra eredità genetica ed eredità sociale dell’intelligenza, cardine della teoria normativa dell’eguaglianza delle opportunità, rimanda ad un momento zero, un punto di partenza, nel quale le diseguaglianze rinvenibili sarebbero esclusivamente naturali, non essendosi ancora dispiegata l’influenza dei fattori socio-familiari. E’ a quel punto che le diseguaglianze andrebbero bloccate ovvero riallineate attraverso interventi educativi ed occupazionali ex post di tipo compensativo. Obietta Duru-Bellat: rintracciare il punto ‘0’ ed operazionalizzare l’una e/o l’altra delle due strategie risulta praticamente impossibile, dato l’intreccio esistente fin dalla nascita, e addirittura già nella fase della gestazione, fra natura e cultura, fattori biologici e fattori sociali. Anzi, l’intreccio risulta ancora più complesso e difficilmente districabile perché involge, oltre ai talenti geneticamente e socialmente ereditati, anche l’uso che il soggetto fa ed impara a fare dei suoi talenti, cioè quella componente di agency non determinista che la teoria chiama “sforzo” o “impegno”. Se si dovesse pensare, come l’autrice mostra di fare, che il merito allo stato puro ed il punto di partenza sono concetti irrimediabilmente astratti e inverificabili, la teoria della meritocrazia egualitaria non sarebbe in grado di offrire alcun parametro idoneo a misurare le distanze fra i suoi principi e la realtà.

La casualità dei destini
Per la verità mi pare giusto rilevare che una soluzione di questo problema la teoria in effetti la offra compiendo un’operazione di drastica riduzione della complessità: assumere che le macro-diseguaglianze fra categorie – le classi, gli strati, i generi, le etnie, ecc. – abbiano le loro radici nel sociale mentre le micro-diseguaglianze – inter-individuali o fra gruppi e situazioni di minore rilievo – possano invece avere anche delle determinanti genetiche ovvero essere riconducibili alla sfera dell’impegno e delle scelte soggettive. Quando si accetti tale semplificazione, si può convenire che eguagliare le opportunità significa abolire o almeno ridurre le prime lasciando libero gioco alle seconde, da rubricare a questo punto non tanto come diseguaglianze quanto come differenze. E si può disporre così di metodologie statistiche, quelle da tempo usate da sociologi ed economisti, in grado di misurare la conformità delle situazioni empiriche al modello. Ci si deve però porre un’altra domanda: riconosciuto che sia giusto contrastare l’influenza sul successo o l’insuccesso degli individui dell’origine sociale – o di altre appartenenze categoriali quali quelle prima menzionate – le diseguaglianze residue sarebbero davvero ascrivibili ai soli talenti naturali o all’impegno ed alle libere scelte personali, e quindi da considerarsi legittime, ovvero potrebbero dipendere da altri fattori anche essi di natura sociale, o da mere casualità, e pertanto non legittimabili in base ai criteri del merito e delle opportunità? Due esempi fra i tanti possibili: il capitare in una scuola o in una classe sbagliata, oppure l’aver scelto un mestiere che nel tempo entri in crisi per cambiamenti del contesto economico imprevedibili al momento della scelta. Perché i principi delle eguali opportunità e della meritocrazia dovrebbero proteggere l’individuo dalle conseguenze negative di una nascita sfortunata e disinteressarsi di tutta una serie di circostanze egualmente sfortunate, molte delle quali sono direttamente o indirettamente imputabili all’azione della collettività e perfino a ben determinate politiche pubbliche? Ricorderò in proposito la lezione di Von Hayek, un grande economista liberale, un classico della teoria del mercato. Vale fra l’altro la pena di farlo dopo che due autorevoli economisti di orientamento neo-liberista come Giavazzi ed Alesina, in un provocatorio saggio dal titolo Il mercato è di sinistra pubblicato pochi anni fa, hanno ribadito la tesi che il libero mercato va a braccetto della meritocrazia perché premia il merito delle persone e delle organizzazioni. VonHayek invece, svariate decine di anni fa, ebbe a confutare con lucide argomentazioni l’idea di una relazione intrinseca fra merito e mercato, cioè fra etica ed economia, criticando la meritocrazia proprio per la sua pretesa di imporre al mercato regole esterne che ne avrebbero condizionato la libertà e tradito la funzione.

Il rischio dell’elitismo
Un’altra obiezione avanzata da Dubet già nel suo precedente libro, L’Ecole des chances. Qu’est-ce qu’une école juste?, è che la meritocrazia, in generale e pure nella sua versione egualitaria di cui stiamo trattando, rivela una marcata impronta di elitismo, preoccupandosi di ciò che accade negli strati più elevati della società e disinteressandosi della sorte degli strati inferiori: “C’est toujours dans le sphères les plus élevées de la societé que l’on mesure l’effectivité de l’égalité des chances” (Dubet, Les places et les chances, p.75). E’ certo auspicabile, prosegue l’autore, che i figli dei poveri formino il 15%degli effettivi delle Grandes Ecoles, perché compongono il 15% della società, ma non è sicuro che questo cambi granché nella società francese, dal momento che i poveri sono milioni mentre gli allievi delle Grandes Ecoles sono soltanto centinaia. “Vinca il migliore” è la parola d’ordine della meritocrazia, cui segue però implicitamente un crudele “guai ai vinti”. Ma oltre ai dubbi sollevati sul terreno della giustizia, altri ne sono messi in campo da Dubet eDuru-Bellat, sulla scia del ricordato libretto di Young, riguardanti la desiderabilità sia per l’individuo che per la società di un regime rigorosamente meritocratico. Non si contano le ricerche empiriche che hanno messo in evidenza, per usare le parole di altri due autori citati nel libro della Duru-Bellat, le “malattie dell’eccellenza”, cioè i guasti nella qualità della vita, nell’equilibrio psicologico e nella stessa salute fisica delle persone prodotti da società iper-competitive e fortemente disegualitarie. Società dove vi è sempre una gara da affrontare e, come diceva Eduardo De Filippo, “gli esami non finiscono mai”. In un contesto meritocratico, o presunto tale, i perdenti non hanno da imputare ad altro o ad altri se non a se stessi, al proprio “demerito”, le sconfitte subite, con tutti i costi psicologici e sociali che ne derivano. Non stupisce allora – lo mostrano anche qui una serie di indagini - che il principio della meritocrazia, popolare fra i vincenti, lo sia assai meno negli strati sociali inferiori, più inclini a parteggiare per l’ideale dell’eguaglianza tradizionalmente intesa. La preminenza del merito nel discorso sulla giustizia può così diventare fonte di problemi sul terreno della coesione sociale, problemi che peraltro chiamano in causa un ulteriore aspetto critico della teoria: il relativismo e l’indeterminatezza del canone di riferimento, dal momento che il concetto di merito, a seconda dei contesti in cui viene declinato e di chi lo declina, si riveste di significati diversi, spesso contraddittori. In Francia – meno per la verità in Italia - si è da tempo radicata un’accezione (contro la quale la Duru-Bellat spezza più di una lancia) di tipo “credenzialista”, la cosiddetta Education Based Meritocracy, come la chiamano gli studiosi anglosassoni, che identifica il merito con il successo nei percorsi di istruzione e con i titoli di studio acquisiti, facendone il criterio-base per l’assegnazione dei ruoli occupazionali e la determinazione delle retribuzioni. Può allora sorprendere che alcuni gruppi sociali – quelli composti dai meno istruiti e non solo, dalle stesse imprese che adottano sempre più spesso diversi criteri di selezione – rifiutino una tale interpretazione? Ed altri, ad esempio gli allievi delle Grandes Ecoles, la reputino viceversa irrefutabile? Insomma, le critiche qui menzionate ci fanno vedere la meritocrazia e la stessa eguaglianza delle opportunità come una coperta per certi aspetti troppo stretta e per altri troppo larga, comunque un punto di vista inadeguato a sostenere da solo valutazioni in termini di giustizia. Ho detto da solo perché nessuno dei due autori nega che si tratti pur sempre di un punto di vista imprescindibile, in particolare nelle società avanzate dell’occidente, e per più di un motivo. Un motivo teorico innanzitutto: disconoscere il valore del merito e della responsabilità individuale equivarrebbe a sposare una filosofia collettivista e determinista in insanabile contrasto sia con le basi morali della liberaldemocrazia che con le tendenze all’individualizzazione (ovvero – come altri preferiscono denominarla – alla soggetivizzazione), che sono sempre più pervasive nelle nostre società. Inoltre l’idea “a meriti eguali, pari ricompense”, al di là dei limiti e delle ambivalenze, possiede un grande potenziale di mobilizzazione, una carica motivazionale che rappresenta un fattore essenziale di coesione e di progresso in un’Europa alla ricerca di un Welfare attivo e non più solo assistenziale, e di un sistema di diritti sociali che non avalli comportamenti abusivi e di danno al bene collettivo. Al modello della égalité des chances viene opposto, come si è detto, il modello della égalité des places, che significa eguaglianza (relativa) delle posizioni, ovvero, per maggiore esattezza, delle condizioni associate alle posizioni. In questo approccio a collocarsi al centro del discorso sulla giustizia non è l’equa assegnazione delle posizioni,ma è la loro struttura gerarchica, cioè il divario che intercorre fra esse in termini di redditi e di condizioni di vita. Nel campo dell’educazione l’obiettivo fondamentale – invece della selezione e della valorizzazione degli studenti più talentuosi – diviene l’inclusione degli svantaggiati e l’innalzamento generale del livello di istruzione della popolazione. Nella politica sociale il prius diventa combattere la povertà, diffondere l’occupazione, offrire assicurazioni universali contro i rischi della vita, contenere le diseguaglianze eccessive di reddito e di ricchezza mediante le forme di redistribuzione tipiche del Welfare. Un orientamento ideale, quello della eguaglianza delle posizioni, che per un verso appare più generoso e solidaristico rispetto alla meritocrazia e alla stessa eguaglianza delle opportunità, per un altro verso connotato in senso liberale non meno, bensì solo diversamente, dal momento che fa sua l’istanza di assicurare, attraverso l’assegnazione di uno stock minimo di risorse, la “eguale libertà” di tutti gli individui di scegliere i propri progetti di vita. Istanza su cui concordano, sebbene vi rispondano in modo diverso, varie teorie assiologiche di ispirazione liberale e non liberista, ad esempio quelle di Rawls, Dworkin e Sen. A questo proposito conviene distinguere tra diverse possibili modalità di contenimento delle diseguaglianze di posizione o di condizione, una delle quali, la più convincente (tanto è vero che le ricerche la indicano come il modello di giustizia in grado di raccogliere maggiori consensi nella popolazione di varia età e di differenti nazioni) è l’innalzamento delle cosiddette soglie minime (di reddito, di istruzione, ecc.), cioè la soddisfazione universale dei bisogni essenziali della persona. Il libro di Dubet, peraltro, non risparmia critiche nemmeno a questomodello di giustizia, critiche formulate non tanto in termini di principio quanto con riferimento alle modalità storiche della sua messa in pratica ed agli “effetti perversi” che si sono evidenziati: il particolarismo dei regimi della protezione sociale organizzati per categorie occupazionali, il conservatorismo insito nel limitare le garanzie e le prestazioni del Welfare agli insiders escludendo gli outsiders, la mancata presa in carico delle nuove forme di povertà e di diseguaglianza, la disattenzione alla questione del riconoscimento delle identità e delle differenze, la crisi dei meccanismi di integrazione di tipo assimilazionista e degli assetti della governance di impianto statalista, la delusione per le promesse disattese della scolarizzazione di massa.

Le due eguaglianze
A quali conclusioni giungono gli autori?Molto simili, seppure non del tutto coincidenti. Entrambi reputano sbagliato scegliere una delle due “eguaglianze” a sacrificio dell’altra e si uniscono a quanti optano per una “poliarchia” dei principi di giustizia. Duru-Bellat precisa che la meritocrazia non è una teoria da rigettare bensì solo da riconoscere come incompleta, per cui le numerose critiche da lei formulate sono rivolte non tanto alla teoria quanto alle odierne pretese egemoniche dei suoi sempre più agguerriti fautori. Dubet si colloca sulla medesima linea introducendo però un altro elemento: la priorità a favore dell’eguaglianza delle posizioni. Eccone le ragioni: “Dans l’horizon d’un monde parfaitement juste, il n’y aurait même aucune raison de distinguer ces deux modèles de justice. Mais dans le monde tel qu’il est, la priorité donnèe à l’égalité des places vient de ce qu’elle provoque moins d’effets pervers que sa concurrante et, sourtout, qu’elle est la condition préalable à une égalité des chances plus aboutie. L’égalité des places accroît plus l’égalité des chances que bien des politiques visant directement cet objectif”. Qui si tocca in effetti un punto cruciale. A differenza di quanto sostenuto dagli apologeti della meritocrazia (per l’Italia si veda, ad esempio, l’interessante volume di Abravamel, Meritocrazia, Garzanti, 2008) tutte o quasi le ricerche comparative internazionali condotte, molte recentemente, sia da sociologi che da economisti mostrano che esiste una forte correlazione statistica inversa tra gli indicatori dell’eguaglianza delle opportunità e della mobilità sociale da un lato e quelli della diseguaglianza di reddito o di condizioni materiali di vita dall’altro. In altri termini dove, ad esempio nei paesi scandinavi, i redditi sono distribuiti in modo più egualitario lì l’égalité des chances risulta maggiore e la società appare, come si suole dire, più aperta. Dove invece, ed è ad esempio il caso degli Stati Uniti ed anche dell’Italia, i divari sono più estesi, l’impatto dello status dei genitori su quello dei figli figura decisamente più accentuato. Il che si spiega molto semplicemente: considerato che, come di nuovo emerge nitidamente dalle ricerche, la mobilità sociale più frequente è quella a breve o medio raggio, quanto più in un paese sono distanti le posizioni da scalare tanto più ridotte in quel contesto necessariamente risulteranno le chances di mobilità. A ciò si aggiunga – lo fa notare Duru-Bellat – che le diseguaglianze fra le posizioni oltre una certa misura, sovente superata nelle nostre società ed in particolare nel contesto americano dove un manager arriva a guadagnare stipendi perfino più di cento volte superiori a quelli di un suo operaio, appaiono chiaramente “immeritate” (quale che sia la nozione di merito con cui giudichiamo) e nel migliore dei casi giustificate unicamente da ragioni di mercato. Le conclusioni di Dubetmi sembrano convincenti: i due modelli vanno perseguiti insieme, senza dimenticare che mentre può darsi eguaglianza delle posizioni in assenza di meritocrazia – ma conosciamo bene i guasti che in questo caso si producono - non può esservi meritocrazia, declinata come eguaglianza delle opportunità, senza un certo grado di eguaglianza delle posizioni. È una verità che la sinistra riformista dovrebbe tenere bene a mente non lasciandosi sedurre dalle sirene di un’ingenua e mitizzata visione della meritocrazia. Nello stesso tempo, tuttavia, tali conclusioni vanno a mio avviso integrate da due ulteriori considerazioni. La prima è che una teoria della giustizia capace di combinare i due tipi di eguaglianza, quindi egualitarismo e meritocrazia, rimane pur sempre una teoria incompleta. Come non cessa di ricordarci Amartya Sen esistono altri punti di vista normativi “ragionevoli” – anzitutto quello imperniato sulla libertà,ma anche quello che guarda all’efficacia – di cui occorre tener conto in una valutazione comparativa, in termini di giustizia, tra diversi possibili “ordinamenti delle scelte sociali” o tra differenti politiche pubbliche. In secondo luogo, si pone l’esigenza di un’attenta contestualizzazione. L’Italia – come abbiamo appena rilevato - è caratterizzata da elevati divari di reddito e da bassi livelli di mobilità sociale, ma questi ultimi fanno parte di un quadro più generale che annovera livelli bassissimi di meritocrazia in tutti i campi. Non così, ad esempio, in Francia, dove il criterio del merito appare meno disatteso ed il problema è piuttosto che esso viene ancora interpretato in modo troppo restrittivo e per certi aspetti fuorviante, con il risultato di giustificare una discutibile “tirannia dei diplomi”. In Italia resta sì ferma l’irrinunciabilità – almeno per la sinistra riformista – della lotta per forme di “giusta eguaglianza”, ma la questione del merito e della lotta ai molteplici clientelismi, favoritismi e privilegi non può non essere considerata anche essa una questione prioritaria

sabato 14 agosto 2010

SE I FINIANI USANO PUTIN PER ATTACCARE BERLUSCONI

DI FILIPPO GHIRA
rinascita.eu

Il terremoto in atto nel centrodestra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini non può essere liquidato come il semplice e fisiologico scontro tra il capo supremo e il suo storico delfino che scalpita perché vede il tempo passare e con esso allontanarsi le possibilità di prenderne il posto nella guida di un governo di centrodestra ed affermarsi anche come il capo della coalizione. Diversi fatti inducono a sospettare che in parallelo ai finiani si muovano precisi interessi economici internazionali.

Interessi di gruppi che non amano l’attivismo del Cavaliere e i suoi forti e personali rapporti con Vladimir Putin che hanno permesso all’Eni e all’Enel di ritagliarsi un grande spazio di manovra in Russia. Non parliamo poi della ricomposizione dopo tanti anni dei rapporti con la Libia di Gheddafi nella quale anche le potenzialità dell’Eni e dell’Enel hanno giuocato un ruolo non indifferente.


Non è un caso infatti che, all’interno del rovente scambio di accuse delle due parti sulle reciproche malefatte, relative all’appartamentino di Montecarlo affittato al cognato, alla villetta di Arcore frutto dell’eredità Casati Stampa curata all’epoca da Cesare Previti, nonché a tutta la turba di donne variamente libere e di sgallettate varie, siano emerse questioni più propriamente di ambito politico ed economico.

Taluni degli scudieri di Fini hanno avuto infatti la delicatezza di intimare al Cavaliere, responsabile primario delle loro fortune politiche, altrimenti starebbero ancora per strada a distribuire volantini, di fare “chiarezza” sui suoi rapporti con Putin e Gheddafi. Se nel caso del colonnello libico l’astio dei finiani è piuttosto scontato e deve essere collegato al rammarico nostalgico dei bei tempi perduti del ventennio fascista, seguiti a “Tripoli bel suol d’amore”, che in realtà era un bel suol di petrolio, nel caso di Putin l’uscita dei finiani denota che dietro c’è ben l’altro. Ci sono interessi economici e finanziari che si sviluppano da Wall Street, dalla City e dalla Commissione europea di Bruxelles. Gruppi che operano contro il nostro Paese per distruggerne ogni autonomia sullo scenario internazionale, per cancellarne l’apparato industriale e per ridurlo ad un semplice mercato di sbocco e di assorbimento per i prodotti e le merci di altri Paesi.

Niente di nuovo sotto il sole comunque. Anche Enrico Mattei, nell’autunno del 1962 venne assassinato da ambienti “atlantici” perché la sua azione, che era votata ad assicurare l’indipendenza energetica, economica e politica al nostro Paese, cozzava con gli interessi di Israele, delle compagnie petrolifere anglo-americane e anglo-olandesi che si consideravano le uniche titolari del diritto di trattare con i Paesi arabi produttori di petrolio e di gas.

Oggi, con il legame di ferro tra Berlusconi e Putin, la questione si ripropone. Ed in un certo senso, Berlusconi presenta per certi ambienti economici internazionali maggiori problemi di quelli sollevati a suo tempo da Mattei. Questo perché, oggi che il Muro di Berlino e il comunismo sono crollati, il rapporto tra Italia e Russia, tra Europa continentale e Russia, può dispiegarsi in tutte le sue potenzialità geopolitiche. La Germania, che da sempre è la prima potenza economica e industriale dell’Europa occidentale lo aveva capito da tempo. Prima con Helmuth Kohl e poi con Gerhard Schroeder. Ed anche Angela Merkel, che era inizialmente più fredda e più filo-Usa, ha dovuto anche lei prendere atto che il legame tra Unione europea e Russia è fisiologico e che è senza senso e antistorico continuare a cianciare di solidarietà “atlantica” quando gli stessi Stati Uniti da diversi decenni hanno deciso di privilegiare semmai il rapporto “pacifico” e i legami con Cina, Giappone e Corea e le altre “tigri asiatiche”.

Così oggi, dobbiamo assistere agli attacchi contro il legame tra il Cavaliere e il suo sodale Putin, alla guida di una Russia che viene generalmente indicata dai giornali dell’Alta Finanza, e ultimamente pure dai finiani, come una dittatura spietata nella quale i dissidenti vengono assassinati e sbattuti in prigione, come il famigerato truffatore Mikhail Khodorkovsky, l’ex proprietario della Yukos, che, guarda caso era un prestanome della Exxon, la maggiore compagnia petrolifera del mondo. In realtà, quando si attacca Berlusconi per i suoi rapporti con la Russia e con Putin, si vuole puntare alla liquidazione dell’Eni sul panorama internazionale. Quell’Eni che rappresenta un nostro secondo Ministero degli Esteri, con una forza maggiore della Farnesina, ed in grado di trainare la penetrazione di altre aziende italiane nei Paesi produttori. Una forza che l’Eni si è conquistata in decenni di attività, con un approccio “non colonialista” mutuato da Enrico Mattei, grazie al quale può vivere ancora oggi di rendita.

Diventa così quanto mai significativo che la Commissione europea abbia aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per l’utilizzo della “golden share” nel caso dell’Eni. Il Tesoro detiene infatti il 20,321% e la Cassa Depositi e Prestiti (controllata al 70% dallo stesso Tesoro) ne controlla un 9,999. Grazie alla “golden share” il governo italiano può nominare presidente ed amministratore delegato dell’Eni ed indirizzarne quindi la gestione. Questo fatto non sta bene ai tecnocrati di Bruxelles, chi più e chi meno sul libro paga delle majors anglosassoni. Se quindi, alla fine della procedura, Bruxelles dovesse sanzionare l’Italia, per l’Eni si aprirebbero scenari molto foschi dal punto di vista legale. La stessa querelle sollevata dal fondo di investimento Knight Winke (azionista dell’Eni con un misero 1%) che continua ad insistere che l’Eni debba vendere la Snam Rete Gas, in maniera tale da offrire un surplus di dividendi ai gentili azionisti, si inserisce in questo attacco all’Eni che in realtà è un attacco alla alleanza economica e strategica tra Russia e quei Paesi della Ue che nutrono un approccio più continentale che atlantico. Questo perché, l’Eni senza la Snam sarebbe un’altra cosa e anche l’importanza di gasdotti come il South Stream ne verrebbe vanificata.

Non è un caso quindi che proprio dai finiani siano arrivate dichiarazioni di appoggio ad un gasdotto alternativo come il Nabucco, pensato dagli atlantici in funzione antirussa in quanto dovrebbe portare in Europa occidentale il gas dell’Azerbaijan. Diventa così gioco forza concludere che se un Fini dovesse mai arrivare a guidare un governo di “unità nazionale” o “tecnico” , per sostituire mettiamo un Berlusconi indagato a Caltanisetta per la strage Borsellino (il siciliano Granata che dice?), una delle prime mosse sarebbe quella di mettere in vendita il 30% dell’Eni, con tanti saluti all’indipendenza economica ed energetica nazionale. In questo, il cognato di Tulliani sarebbe in buona compagnia. Anche il suo potenziale alleato, in nome della legalità, Pierferdinando Casini, capo dei centristi dell’Udc, ha più volte affermato che il Tesoro dovrebbe vendere l’Eni per tamponare in tal modo i buchi del debito pubblico.

Non è nemmeno un caso che prima della pausa estiva di Ferragosto, sia sceso in campo anche Luca di Montezemolo, ex presidente della Fiat e di Confindustria, che ha esternato tutta la sua “delusione” per l’azione di Berlusconi come capo del governo. Quel Montezemolo, fondatore della Fondazione Italia Futura che la cui attività è quella di offrire suggerimenti sul come rimettere in piedi il nostro Paese, sia dal punto di vista economico che politico. Soluzioni che ovviamente implicano massicce iniezioni di liberalizzazioni e di privatizzazioni. Insomma di Mercato. Quel Mercato che la Fiat aveva visto per anni come il fumo negli occhi. E se Montezemolo ha assicurato di non avere velleità di scendere in prima persona in politica, è lecito nutrire qualche dubbio, proprio perché si tratta di un personaggio che bene si adatterebbe a guidare un governo “tecnico”. Più che per le sue capacità, che sono tutte da verificare (si tratta più che altro di un uomo immagine), per la speranza di rivenderlo a livello internazionale. Una operazione di maquillage che durerebbe però lo spazio di un mattino in quanto non permetterebbe di risolvere i problemi del nostro Paese.

Filippo Ghira (f.ghira@rinascita.eu)
Fonte: www.rinascita.eu
Link: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=3674

martedì 27 aprile 2010

LETTERA APERTA ALL’ASSESSORE PROVINCIALE STEFANELLI

Caro assessore provinciale,
ho avuto più di una perplessità prima di rispondere alla lettera aperta che ella ha rivolto per sollecitare un cammino politico nuovo, che potesse rappresentare la sintesi del voto elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Minturno.
Le perplessità derivavano soprattutto dal fatto che l’analisi e le obiezioni che si facevano corpo nella mia mente erano fondamentalmente faziose, limite, peraltro, superato nel momento stesso che pubblicamente ne faccio ammenda.
Capisco bene che il suo sforzo è quello di dare una prospettiva amministrativa a chi tale prospettiva viene negata dai numeri, e i numeri in politica sono estremamente importanti e fondamentali.
Sono importanti e fondamentali nell’assegnare una vittoria ad un sindaco, ma sono altrettanto importanti e fondamentali quando servono per approvare in consiglio gli atti senza i quali un’amministrazione non può andare avanti; e mi riferisco ai passaggi chiave del bilancio di previsione, dei riequilibri di bilancio e dell’approvazione del conto di gestione, per non parlare di quelli necessari per mantenere valide le assisi consiliari.
Di fatto la bocciatura delle “maggioranze politiche”, cui sostituire le “maggioranze di intenti” servirebbe appunto a questo: a dare i numeri all’amministrazione Galasso per governare. E anche se lo scopo, il bene del cittadino, è encomiabile, sicuramente le vie, o meglio le soluzioni, per raggiungerlo sono diverse, altrimenti Galasso poteva continuare ancora a restare nella giunta Sardelli, Chianese idem, Ruberto idem, la destra continuava a stare nella maggioranza di centro destra. Da sempre è la politica ad ispirare le strade, il singolo a percorrerle! Ma ammesso che questa difficoltà fosse superabile, è proprio il patto generazionale ad essere ancora più debole, in quanto pone di fronte interlocutori politici o civici, che, per tutta la buona volontà che potrebbero impegnare, è inimmaginabile possano essere protagonisti di quella fase che ella chiama di pacificazione. Mi spiego meglio: il risultato elettorale amministrativo del comune di Minturno è il figlio di decisioni nate altrove! Prima di averlo deciso l’elettorato di Minturno, l’hanno deciso in quello di Latina, ove si è costituita una cosiddetta filiera, se così vogliamo chiamarla, costituita dal senatore Fazzone, dal presidente della provincia Cusani, dal sindaco di Formia, nonché presidente dell’assise provinciale, Michele Forte, e dal capogruppo pdl in assise provinciale Paolo Graziano!
Se non fosse stato così, la coppia Fazzone-Cusani non avrebbe ristretto gli spazi elettorali al candidato Del Balzo, negandogli l’elezione nell’assise regionale per una manciata di voti!
Se non fosse stato così Michele Forte non avrebbe avallato il passaggio dell’UDC locale in opposizione aperta alla coalizione di centro destra!
Se non fosse stato così la coppia Forte£Forte non avrebbe avallato l’attacco pesante che ella, da assessore provinciale, ha fatto alla giunta Sardelli sui temi ambientali all’indomani del lancio di “Progetto Futuro”, associazione che magicamente si è trasformata nell’agone amministrativo in soggetto politico.
Se non fosse stato così, il capogruppo pdl in provincia che garantisce politicamente la sua presenza in giunta, Paolo Graziano, non avrebbe reagito con l’assordante silenzio a quanto ella andava affermando.
Se non fosse stato così, il capogruppo pdl in provincia Paolo Graziano non aveva motivo per negare la sua candidatura nelle liste del pdl al comune di Minturno!
Con tutte queste premesse parlare di pacificazione sembra essere utopico!
Nel momento che ella parla di superare la maggioranza politica, ammette una sconfitta pesantissima della sua stessa idea di Progetto Futuro, che pur sempre è stata l’unica novità che concretamente si è respirata nella competizione amministrativa di Minturno!
Nel momento che ella parla di maggioranza di intenti, sembra ammettere la negazione di ogni iniziativa politica al suo movimento!
Ecco perché la sua proposta di patto generazionale è ancora più debole!
Ecco perché bisogna ritornare alla maggioranza politica, anzi bisogna ritornare alla politica: e l’unica maggioranza politica uscita dalle elezioni comunali di Minturno indica un vasto schieramento di centro destra che va dal Pdl, a Minturno Domani, a Nuova Area, a Volare, all’Udc e, perché no, ai consiglieri della lista Galasso Sindaco.
Questa rappresenta l’unica sintesi possibile dai dati incrociati del 28 marzo e dell’11 aprile.
Forse questo è il vero messaggio politico che il corpo elettorale ha voluto mandare alla classe politica locale.
Ripartire dalla politica per dare una risposta alle domande dei cittadini. Sono sicuro che in questo campo il suo movimento possa essere protagonista, così come è fondamentale che il Pdl riallacci le fila della politica, a livello locale, a livello comprensoriale e a livello provinciale, dopo che siano state fissate regole condivisibili e condivise, e dopo che le stesse siano diventate punto di riferimento per tutti, e mi riferisco primi tra tutti a Pdl e Udc!
Cordialmente


Matteo De Cesare
Vice presidente della XVII comunità montana



Ps: ma se a Formia fosse accaduto un qualcosa di analogo, per esempio SANDRO BARTOLOMEO SINDACO e maggioranza politica alle liste del centro destra, avrebbe proposto un patto generazionale?, ovvero dobbiamo pensare ad un mero esercizio di stile, nato da quel peccato tipico della sinistra salottiera che si ritiene unica depositaria dell’etica nella pubblica amministrazione?

venerdì 23 aprile 2010

Dalla M.A.F.I.A. di Giuseppe Mazzini al generale Albert Pike

«Nel secolo scorso, la finanza britannica, protetta dai cannoni inglesi, controllava il traffico mondiale di droga. I nomi di queste famiglie ed istituzioni sono noti a tutti gli studenti di storia: Matheson, Keswick, Swire, Dent, Baring e Rothschild; Jardine Matheson, Hongkong and Shanghai Bank, Charterer Bank, Peninsular and Orient Steam Navigation Company. (I poteri occulti) dirigono un’Anonima Assassini mondiale tramite le società segrete: l’Ordine di Sion, la Mafia di Mazzini, le Triadi (che significa: “Società dei tre puntini”), dette anche le “Società del Paradiso in Cina”».(1)
«Se analizziamo come la Mafia arrivò negli Stati Uniti, scopriamo che questa storia è inseparabile da quella dell’Ordine di Sion. Mazzini, il padrino della Mafia in Italia, rispondeva direttamente al più importante esponente del sionismo britannico: il Primo Ministro ebreo Benjamin Disraeli (l’uomo che era sfuggito alla prigione per debiti, grazie all’aiuto datogli dalla famiglia Rothschild), e veniva finanziato dai principali banchieri ebrei come i Rothschild e i Montefiore.

Mazzini, a sua volta, quando dovette mandare i suoi luogotenenti in America, dopo aver fatto esperienza all’interno della “Giovine Italia”, trovò la strada già spianata dal lavoro fatto da persone come l’ex generale sudista Albert Pike e l’Alta Massoneria ebraica dei B’nai B’rith» (2).
«I primi italiani che misero piede in America seguirono le orme dei commercianti di tessuti che avevano posizioni di primo piano all’interno dell’Alta Massoneria ebraica dei B’nai B’rith. Anche New Orleans, la prima base dei Lehman e dei Lazard, divenne il punto di raccolta dei “picciotti” di Mazzini. Durante il periodo delicato e caotico, che seguì la Guerra Civile americana, gli uomini legati a Mazzini agirono come veri e propri sabotatori del processo di pacificazione della repubblica americana.
Quest’opera di sabotaggio li vide impiegati nella guerriglia condotta dal generale Pike contro il Governo federale di Lincoln e costituì uno dei primi esempi di attività mafiosa negli Stati Uniti. Operazioni della malavita a New Orleans, per conto della mala palermitana, che facevano capo a Mazzini e, tramite lui, a Disraeli. Che dietro il crimine ci fossero persone al di sopra di ogni sospetto era di pubblico dominio.

La parola “M.A.F.I.A.”, infatti, era spiegata con l’acronimo (3):

M=Mazzini
A=Autorizza
F=Furti
I=Incendi
A=Attentati.

Le prime reti mazziniane cominciarono ad essere attive nel periodo precedente alla Guerra Civile (1860-1865). “I gruppi mafiosi di New Orleans, New York e Palermo erano società separate - scrive l’importante storico di quel periodo, D. L. Chandler - ma cooperavano strettamente. Un membro che riceveva adeguati appoggi poteva essere spostato da una città all’altra, da una famiglia all’altra” (4).

Verso la fine della Guerra Civile americana, la Mafia di Disraeli (e quindi di Mazzini - n.d.r.) era capeggiata da un certo Joseph Macheca, capo di una banda che, secondo testimonianze dell’epoca, svolgeva un’attività che era indistinguibile da quella del Ku Klux Klan (di cui uno dei fondatori fu proprio il generale Albert Pike - n.d.r.). Nel 1868, Macheca organizzò, a New Orleans, la campagna elettorale presidenziale a favore del candidato democratico Horatio Seymour contro il repubblicano Ulysses S. Grant, il generale che aveva portato alla vittoria il Nord e che divenne, poi, il Presidente degli USA. I fondi e le direttive politiche arrivavano a Seymour da August Belmont, colui che i Rothschild designarono come loro rappresentate ufficiale negli Stati Uniti.

Il giornale di New Orleans “Picayune” ci descrive la campagna elettorale nei seguenti termini: “Questo popolare e singolare gentiluomo (Macheca) aveva organizzato e dirigeva una compagnia formata da 150 siciliani, conosciuta col nome di Innocenti. La loro uniforme era costituita da un mantello bianco con una croce maltese sulla spalla sinistra. Giravano armati e quando marciavano per le strade sparavano ad ogni negro che vedevano. Si lasciavano dietro le spalle una scia di decine di negri uccisi. Il Generale James E. Steadman, che coordinava la campagna (elettorale di Seymour) vietò altre parate ed il gruppo fu sciolto”(5)» (6).

«Il gruppo finanziario dei Seligman, insieme ad altre banche sioniste di Wall Street, appoggiò come candidato presidenziale democratico, Seymor, quello scelto da August Belmont (l’uomo dei Rothschild negli Stati Uniti), e gli prepararono un programma in cui veniva richiesta l’abolizione del proclama di emancipazione di Lincoln con il quale era stata abolita la schiavitù»(7).

Sullo stesso libro, poche pagine prima, a proposito della famiglia Seligman, leggiamo: «... nel 1843, fu fondata l’Alta Massoneria Ebraica dei B’nai B’rith, chiamata anche “Gran Loggia Costituzionale dell’Ordine dei Figli del Patto d’Alleanza”, come branca riconosciuta dalla Massoneria di Rito Scozzese Antico ed Accettato, per gli ebrei negli Stati Uniti. Il B’nai B’rith ebbe quartier generale al numero 450 di Grand Street, a Manhattan, nella casa di Joseph Seligman, un ricco mercante “commerciante di tessuti”. Seligman è un nome che si incontra tuttora a Wall Street, insieme a quello dei suoi contemporanei, quali August Belmont, Loeb, Schiff e Lazard. (...). La funzione dell’Alta Massoneria dei B’nai B’rith era quella di fungere da copertura ad operazioni di spionaggio per conto dei Montefiore e dei Rothschild. L’organo americano di tale organizzazione, il “Menorah”, non poteva certo nascondere i suoi legami coi Rothschild e, quindi, preferì ostentarli: “In tutti i paesi, il nome dei Rothschild è sinonimo di onore e generosità e non ci sono altri nomi in Europa che godano di una così meritata e vasta popolarità...”» (8).

«Le stesse banche (associate ai Seligman) controllavano, poi, il generale Albert Pike ed i suoi tagliagole incappucciati, il Ku Klux Klan (che Macheca ed i suoi gangster si davano gran pena ad imitare, croce di Malta inclusa). Pike e Macheca e le loro unità irregolari scatenarono una tale ondata di violenza in tutto il Sud degli Stati Uniti da distruggere, pochi anni dopo il suo assassinio, tutto il programma di ricostruzione che Lincoln aveva messo a punto.
I dati storici mostrano che il gruppo di Macheca a New Orleans, che aveva cominciato la sua carriera sparando ai negri per conto delle banche filo-sudiste di New York, aveva dimostrato di che pasta era fatto. Egli divenne il punto di partenza per l’organizzazione della malavita negli Stati Uniti.

Fu Macheca che s’incaricò di preparare il terreno per Giuseppe Esposito, l’uomo che, per conto di Mazzini, diede la prima base organizzativa alla struttura della MAFIA negli USA. Molto legato a Mazzini, Esposito lasciò la Sicilia verso il 1870 ed arrivò a New Orleans, dove prese contatti con Macheca. Esposito fece un giro organizzativo in tutti gli Stati Uniti, riunendo gruppi di società segrete composte da italiani e creando, ex novo, reti di comunicazione tra gruppi di città diverse. Il risultato del viaggio di Esposito fu di trasformare le società segrete di siciliani in cellule del crimine organizzato.

Il rappresentante di Mazzini (Esposito) aveva un’autorità assoluta sui padrini locali, perfino sul capo dell’organizzazione madre di New Orleans (Macheca)» (9).
Secondo uno storico, “L’egemonia di Macheca sulla Mafia fu messa in ombra, per un breve periodo, dal 1879 al 1881, quando egli obbedì, temporaneamente, ad Esposito” (10)» (11).
Ma avvenne un fatto che impose una riorganizzazione della Mafia negli Stati Uniti: «“Macheca fu linciato dalla folla di New Orleans che lo strappò da una prigione, in cui era stato rinchiuso per l’assassinio di un poliziotto”6. Alla sua morte, le redini del comando furono prese dal suo braccio destro, Charles Matrenga. La scomparsa di Macheca suscitò un’impressione profonda sulle varie organizzazioni della Mafia e, forse, fu a questo punto che venne presa la decisione di “legalizzarsi”, e cioè di intraprendere attività legali come paravento, inaugurando una strategia che fu molto seguita da allora in poi.

Per poter portare a termine questa operazione, la banda di Matrenga si rivolse all’aristocrazia sionista.
Fu un ebreo rumeno, Samuel Zemurray, un immigrato proveniente dalla Bessarabia che, nel 1900, aiutò a trasformare le cosche di New Orleans in “affari puliti”. Zemurray riuscì ad ottenere un finanziamento dal solito gruppo di banche di New York e Boston, per acquistare una parte della flotta mercantile della banda di Macheca. Uno storico commenta: “La flotta di Macheca si fuse con altre quattro linee di navigazione per formare la “United Fruit Company”, che rimane una delle più grosse industrie di tutti gi Stati Uniti”(12).
La United Fruit - ridenominata recentemente United Brands Company - sceglie tradizionalmente i suoi dirigenti tra l’élite dei banchieri sionisti di New York. Nonostante tutto, la banda dei siciliani era ricordata con nostalgia. “Quando Charles Matrenga morì nel 1943, l’intero Consiglio di amministrazione della United Fruit presenziò ai funerali”(13)».

Mazzini e Albert Pike
Alla morte del capo internazionale della Massoneria, Lord Palmerston, avvenuta nel 1866, Mazzini prese contatti con uno strano personaggio, il generale sudista e schiavista Albert Pike.
Al pari di Mazzini, il Pike faceva parte della rete di Lord Palmerston e, nei decenni precedenti, si era conquistato la fama di massimo esperto, e sacerdote delle forme occulte più esoteriche e sataniche.
«Nato nel 1809 a Boston, Albert Pike divenne uno degli avvocati più famosi del Sud. Egli parlava e scriveva 16 lingue. Entrato in massoneria nel 1850, nel 1859 divenne Gran Maestro del Rito Scozzese Antico ed Accettato, e cioè il Capo supremo della Massoneria americana» (14).
«Albert Pike è uno degli individui fisicamente e moralmente più repellenti della storia americana. Orribilmente obeso (pesava più di 140 chili), Pike era conosciuto nel suo Stato dell’Arkansas come un professionista di satanismo. Le sue note tendenze sessuali includevano il sedersi a gambe divaricate su un trono fallico, eretto nel bosco, con intorno una masnada di prostitute, con le quali consumava cibo e liquori, fino a completo stordimento. (...).

Negli anni 1850, Pike entrò in politica diventando una delle voci più sguaiate e intolleranti della retorica razzista. (...). Nel 1858, infatti, Pike, insieme ad undici collaboratori, pubblicò una circolare che chiedeva l’espulsione di tutti i negri e i mulatti dall’Arkansas, citando “l’indolenza e bestialità della loro razza degradata”, “la loro immoralità, pigrizia e sudiciume” e chiamando l’africano un essere “insignificante e depravato simile ad un animale”.
Dal 1858 al 1860, Albert Pike creò un Supremo Consiglio del Rito Scozzese estendendolo, per la prima volta, su tutto il Sud degli Stati Uniti» (15).

Alcuni anni prima, nel 1854, uno stretto collaboratore di Albert Pike, un certo Judah Benjamin, creò i “Cavalieri del Circolo d’Oro” (“Knights of the Golden Circle”). Le prime operazioni di questi “Cavalieri” consistettero nell’addestramento paramilitare di terroristi in tutta l’America Centrale, con lo scopo di provocare una guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna , che governava quella zona. La fase successiva fu l’organizzazione di un colpo di Stato negli Stati Uniti che doveva coincidere con l’elezione del presidente Abramo Lincoln, nel 1960.

Eletto Lincoln, Albert Pike, dalla sua posizione di Capo della Massoneria americana, diresse l’insurrezione del Sud che sfociò nella sanguinosa Guerra di Secessione americana (1860-1865).
« La Carolina del Sud, sede del Consiglio Supremo della Massoneria di Pike, dichiarò la secessione il 20 dicembre 1860, subito dopo l’elezione di Lincoln.
Lo stesso giorno, i leaders della “Giovane America” di Mazzini, del Mississippi, chiesero le elezioni e ottennero la secessione.
In Florida, il senatore David Yulee, esponente di spicco della “Giovane America” fece votare la secessione, il 22 dicembre.
In Alabama furono gli esponenti di spicco dei “Cavalieri del Circolo d’Oro” a dirigere la secessione del 24 dicembre.
In Georgia, la secessione del 2 gennaio 1861 fu pilotata da Robert Toombs, l’amico più caro di Albert Pike, divenuto poi membro del Consiglio Supremo.
In Louisiana, fu John Slidell, intimo di Judah Benjamin, creatore dei “Cavalieri del Circolo d’Oro” e Pierre Soulé della “Giovane America” a dirigere il voto di secessione del 7 gennaio 1861.
Nel Texas, il governatore Sam Houston rifiutò il voto di secessione dichiarandolo illegale. Allora, migliaia di “Cavalieri del Circolo d’Oro”, armati, deposero Houston e, in febbraio, fecero votare la secessione, con una partecipazione di meno di un decimo della popolazione.

Gli oppositori alla secessione riportarono vistose vittorie in Virginia, Carolina del Nord, Tennessee, Arkansas, Missouri, Kentucky, Maryland e Delaware.
La sconfitta dell’Arkansas creò un imbarazzo personale ad Albert Pike che, all’udire la notizia della sconfitta, si precipitò nello Stato per arringare i delegati: «Le cose sono giunte a tal punto che voi avete solo una possibilità: o voi uscite dall’Unione volontariamente, o sarete cacciati fuori. La Carolina del Sud vi trascinerà fuori...».
Pur avendo votato di rimanere nell’Unione, la Carolina del Nord, la Virginia , il Tennessee e l’Arkansas furono trascinati nella Guerra di secessione dagli uomini di Albert Pike» (16).

«Durante la Guerra di Secessione, Pike fu brigadiere generale delle truppe sudiste e comandava un esercito costituito da indiani di ben otto tribù. Al suo comando, queste truppe commisero massacri d’una crudeltà e ferocia tale che l’Inghilterra minacciò persino di intervenire “per ragioni umanitarie”. Il Presidente sudista Jefferson Davis, allora, fu costretto a prendere provvedimenti contro Albert Pike intimandogli di disperdere l’esercito indiano. Dopo la guerra, per i suoi crimini efferati, Pike fu giudicato colpevole di tradimento da una Corte Marziale e imprigionato. Il presidente americano Andrew Johnson, massone subordinato di Albert Pike, però, il 22 aprile 1866, lo graziò, mentre la stampa americana mantenne, per ben nove mesi, un silenzio totale su questa notizia» (17).

«Il generale Albert Pike passò sotto l’influenza di Mazzini dopo essere stato contrariato dal presidente sudista Jefferson Davies che disperse le sue truppe indiane, per le atrocità commesse sotto il pretesto di legittime azioni belliche. Pike accettò l’idea di un Govero Mondiale e, alla fine, divenne il capo del Clero Luciferiano. Tra il 1859 e il 1871, Pike elaborò i dettagli di un piano militare, che prevedeva tre guerre mondiali, e tre grandi rivoluzioni che egli riteneva indispensabili per promuovere il “piano” degli Illuminati e portarlo a compimento, verso la fine del secolo ventesimo» (18).

«L’assassinio di Abramo Lincoln fu perpetrato dall’estremista ebreo John Wilkes Booth (Botha), un massone del 33° grado, il 14 aprile 1865 in Washinglton D.C., solo cinque giorni dopo la fine della Guerra civile americana. (...). Izola Forrester, nipote di Booth, nel suo libro “This One Mad Act” (1937), scrisse che Booth apparteneva alla Loggia dei “Cavalieri del Circolo d’Oro” come pure al movimento rivoluzionario di Mazzini, “ La Giovane America ”. Izola Forrester rivelò, in dettaglio, che i massoni erano coinvolti nell’assassino del presidente. Il successivo assassinio di Wilkes Booth fu organizzato da Judah P. Benjamin, un massone di alto grado e agente dei Rothschild. Egli era il Capo dei Servizi segreti della Confederazione del Sud. Dopo l’assassinio, egli scappò in Inghilterra»(19).

Nel dicembre 1865, il generale Albert Pike, insieme al generale John J. Morgan e ad un ristretto gruppo di ufficiali sudisti, trasformava, nella cittadina di Pulaski del Tennessee, i “Cavalieri del Circolo d’Oro” nei “Cavalieri del Ku Klux Klan” (KKK), (in greco kuklox significa “cerchio” o “circolo”), i razzisti del Sud degli Stati Uniti, che conosciamo ancora oggi con i loro cappucci bianchi e le croci di fuoco.
«Albert Pike, che era chiamato “il Diavolo del XIX secolo”, era ossessionato dall’idea della supremazia mondiale. Quando divenne massone del 33° grado, e Capo degli Illuminati dell’Arkansas, egli ideò un piano per prendere il controllo del mondo attraverso tre Guerre mondiali ed altre grandi rivoluzioni» (20).
Anche Giuseppe Mazzini era ossessionato dall’idea di un potere mondiale.

Nel suo Manifesto del marzo 1848, Mazzini affermava: «Essendo l’Austria la più grande negatrice delle nazionalità europee, essa deve scomparire. Guerra contro l’Austria! L’iniziativa di questa rivoluzione europea mondiale, che deve portare alla nascita degli Stati Uniti d’Europa, appartiene al potere dell’Italia; pertanto è il dovere dell’Italia. “ La Roma dei Popoli” deve, nella sua fede repubblicana universale, unire l’Europa e L’America, e tutte le altre parti del mondo abitato, in un potere mondiale finale onnicomprensivo» (21).
Sin dall’età di 23 anni, come ci informa il massone Doria, Giuseppe Mazzini concepì il suo progetto di assassinare Sua Maestà l’Imperatore d’Austria e il Principe di Metternich, e nei primi anni di militanza nella Carboneria, egli frequentò assiduamente l’omicida Sgarzaro (che si era vantato di aver annegato ben 53 frati gettandoli, legati a due a due, nel mare aperto dalla sua nave), e il futuro assassino Argenti che aveva cercato di interessare la Carboneria al suo piano di assassinare il Principe di Metternich.

Mazzini e la dottrina dell’assassinio
Sin dall’età di 23 anni, come ci informa il massone Doria, Giuseppe Mazzini concepì il suo progetto di assassinare Sua Maestà l’Imperatore d’Austria e il Principe di Metternich, e nei primi anni di militanza nella Carboneria, egli frequentò assiduamente l’omicida Sgarzaro (che si era vantato di aver annegato ben 53 frati gettandoli, legati a due a due, nel mare aperto dalla sua nave), e il futuro assassino Argenti che aveva cercato di interessare la Carboneria al suo piano di assassinare il Principe di Metternich.
Fu con la “Giovine Italia”, fondata nel 1831, che Giuseppe Mazzini, “nel suo stile magniloquente”, mise a punto la sua “dottrina dell’assassinio” politico, la quale colpiva, in modo spietato, non solo i traditori e chi non obbediva agli ordini: “dovranno essere uccisi sul posto”, “pugnalati senza alcuna pietà”, “abbattuti da una mano invisibile”, ma anche gli avversari politici, per i quali il titolo di “tiranno”, emesso da uno dei Tribunali segreti da lui controllati, era sufficiente “per far mettere a morte ogni persona colpita da anatema».
«Un gran numero di ispettori di polizia, generali e uomini politici furono assassinati su ordine di questi Tribunali, e le Logge massoniche fornivano la loro assistenza in questo lavoro»(24).

La “dottrina dell’assassinio” politico di Mazzini fu persino denigrata, nel 1838, dai capi occulti dell’Alta Vendita (il vertice della Carboneria) con queste parole: «A cosa serve un assassinio? (...) Un colpo di pugnale non significa niente, non fa nessun effetto. Che importa al popolo che il sangue di un operaio, di un artista, d’un gentiluomo o anche di un principe sia stato versato in forza di una sentenza di Mazzini o di alcuno dei suoi sicari che si divertono in questo modo?»(25).
Nel 1851, alla notizia del colpo di Stato di Napoleone III, Adriano Lemmi lasciò l’America, dove si trovava con Kossuth, per andare a Londra e diventare l’esecutore degli ordini di assassinio di Mazzini, decretati dal suo “Comitato Centrale Democratico Europeo”, titolo che Mazzini aveva dato alla “Giovane Europa”.

Lemmi si vantò sempre di essere il valido emissario di Mazzini in un gran numero di assassinii, tanto che Mazzini stesso lo chiamava: «Il mio piccolo giudeo che vale dieci buoni diavoli...».
In quegli anni, Mazzini e i capi di questo “Comitato Centrale Democratico Europeo”: Kossuth, A.A. Ledru Rollin, Felice Orsini, Alexander Herzen e Michele Bakunin furono accusati, insieme a Lemmi, di essere i responsabili della maggior parte delle sommosse e degli attentati terroristici che costellarono l’Europa in quel periodo.
Il 4 gennaio 1852, Mazzini e il suo “Comitato”, decretarono la condanna a morte del Duca di Parma Carlo III; il 26 marzo, Carlo III cadeva sotto i colpi del sicario di cui Lemmi aveva stimolato il fanatismo. A fine giugno dello stesso anno, sempre a Parma, Lemmi provocò la rivoluzione del 22 luglio.

Il 21 ottobre 1852, Lemmi ispirò il tentato assassinio del ministro Baldasseroli, presidente del Consiglio del Gran Duca di Toscana; fu sempre lui che spedì dalla Svizzera il proclama di Mazzini che provocò l’insurrezione di Milano del 6 febbraio 1853; fu lui, sempre su ordine di Mazzini, che armò il braccio del fanatico che attentò alla vita dell’Imperatore d’Austria, il 18 febbraio 1853.
Nel 1855, Lemmi si recò a Roma e, poco dopo, il 12 giugno, vi fu un tentato assassinio del cardinale Antonelli; il 30 giugno, Lemmi pubblicò a Genova un manifesto di Mazzini per spingere il popolo all’insurrezione; tornò, poi a Roma dove, il 9 luglio, ci fu un tentativo di assassinio su Padre Beckx, Generale dei Gesuiti.

Lo stesso anno, Lemmi e Orsini trasmisero le istruzioni di Mazzini al Comitato Rivoluzionario di Milano, per un’insurrezione che doveva inaugurarsi con la strage di tutti gli ufficiali del presidio.
Verso il settembre 1856, il “Comitato Centrale D. Europeo” di Mazzini decise di assassinare il re di Napoli, e di scatenare contemporaneamente una rivoluzione in Sicilia. Scoppiata la rivoluzione in Sicilia, Lemmi scelse il sicario: Agesilao Milano che, l’8 dicembre 1856, mentre re Ferdinando passava in rivista l’esercito, gli vibrò due violenti colpi di baionetta, senza però ucciderlo. Il sicario fu condannato a morte, mentre Mazzini gli fece coniare una medaglia commemorativa, qualificandolo come “martire”!
Per l’anno 1857, Mazzini e il suo “Comitato” decretarono e misero in atto, con Lemmi la triplice insurrezione di Genova del 29 giugno, di Livorno del 30 giugno, e di Napoli del 1° luglio
(…)

Note
1 K. Kalimtgis, D. Goldman, J. Steinberg, “Droga S.p.a.”, Edizioni Logos, Roma 1978, p. 12.
2 Idem, p. 41.
3 Charles William Heckethorn, “The Secret Societies of All Ages and Countries”, vol. I e II, 1875 (New York University Books Inc., 1965). Si veda anche: David Leon Chandler, “Brothers in Blood”, New York, E.P. Dutton Co. Inc., 1975, p. 31.
4 David Leon Chandler , op. cit.., p. 103.
5 Idem, p. 75.
6 Kalimtgis, Goldman, Steinberg, op. cit., pp. 42-43
7 K. Kalimtgis, D. Goldman, J. Steinberg, “Droga S.p.a.”, Edizioni Logos, Roma 1978, p. 43.
8 Cfr. Benjamin Peixotto, ed. “The Menorah”, organo ufficiale del B’nai B’rith, New York, 1° sett. 1886.
9 Kalimtgis, Goldman, Steinberg, op. cit., pp. 43-44.
10 Cfr. D. L. Chandler, “Brothers in blood”, p. 79.
11 Kalimtgis, Goldman, Steinberg, op. cit., p. 44.
12,13 Cfr. D. L. Chandler , op. cit., pp. 95-98.
13 Kalimtgis, Goldman, Steinberg, op. cit., pp. 44-45.
14 Cfr. Juri Lina, “Architects of deception”, Referent Publishing, Stoccolma 2004, p. 196.
15 Cfr. Anton Chaitkin, “Treason in America ”, New Benjamin Franklin House, New York 1985, pp. 234-235.
16 Idem, pp. 237-246.
17 Cfr. Juri Lina, “Architects of deception”, Referent Publishing, Stoccolma 2004, p. 196.
18 Cfr. W. Guy Carr, “Pawns In The Game”, Cpa Pubblisher, p. XV.
19 Cfr. Juri Lina, op. cit., p. 196.
20 Cfr. Juri Lina, op. cit., p. 197.
21 Cfr. G. Mazzini, “Opere” Volume XIII, Roma 1884, p. 179.
22 Cfr. Mons . G.E. Dillon, “Grand Orient, Freemasonry unmasked”, Christian Book Club of America, p. 104-105.
23 Cfr. “Lettera di Vindice al Nubius” del 9 agosto 1838.
24 Cfr. Mons . G.E. Dillon, “Grand Orient, Freemasonry unmasked”, Christian Book Club of America, p. 104-105.
25 Cfr. “Lettera di Vindice al Nubius” del 9 agosto 1838.

giovedì 15 aprile 2010

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE POLVERINI.

AL PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO RENATA POLVERINI

per conoscenza AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
SILVIO BERLUSCONI





Gentilissima Presidente,
il video di striscia la notizia di ieri sera è ancora vivo nelle nostre memorie, ma è ancora più viva l’amarezza che ha generato in tutti noi, in quanto ha offeso l’intelligenza di migliaia e migliaia di persone, che, pur non andando a nuoto a Ponza e Ventotene, hanno creduto nel Suo progetto e nella Sua persona e nel segreto dell’urna e nel silenzio hanno creduto di affidare Bene a Lei il loro consenso e al PDL la loro preferenza.
Questo silenzio, rotto in maniera così plateale dal Sindaco Zaccheo, non può essere mantenuto; da qui la necessità di questa lettera aperta per manifestare il generale senso di disagio generato dalle richieste del sindaco Zaccheo, che noi da genitori possiamo comprendere quando riguardano le sue figliole, ma decisamente fuori luogo quando riguardano la richiesta di non dare “appalti a Fazzone”.
Al di là che appare incomprensibile il senso della richiesta, è del tutto inaccettabile e offensiva l’ipotesi di dare diverso peso specifico ai consensi apportati al PDL: i voti portati a nuoto da Ponza e Ventotene hanno lo stesso valore e la stessa determinazione di quelli che sono venuti da questo piccolo paese che sta ai confini del Lazio, il quale nella stragrande maggioranza del suo elettorato, oltre il 60%, ha votato PDL con consensi soprattutto a Fazzone e a Del Balzo, e creduto in quello che era originariamente il Suo progetto di governo della nostra regione.
Nel ribadire piena solidarietà al senatore Fazzone, che, per altro, è l’attuale coordinatore provinciale di Latina del PDL, per l’attacco del tutto gratuito e ingiustificato da parte del sindaco Zaccheo, attendiamo un Suo intervento che venga a sanare quello che riteniamo essere stata una grave offesa arrecata ai consensi che noi abbiamo apportati alla Sua persona, ma soprattutto L’attendiamo per una Sua visita al nostro paese
Cordialmente
Santi Cosma e Damiano 15 aprile 2010

I CONSIGLIERI COMUNALI DEL PDL

martedì 13 aprile 2010

PER IL GUSTO DI FARSI MALE

Il risultato di Minturno non meraviglia: non servono spiegazioni mirabolanti per arrivare ad un perché Sardelli è stato sconfitto.
Non serve invocare il desiderio di una nuova primavera, o della stanchezza dei cittadini minturnesi.
Non serve invocare l’eccellenza di un nuovo laboratorio politico, di una maggioranza eterogenea politicamente che va da rifondazione alla gioventù di destra, dai comunisti italiani all’udc, al pd.
Non serve giustificazione per comprendere che l’antisardellismo sia il collante di tutto e di tutti, o forse prima ancora sia stato antidelbalzismo il motore della coalizione proGalasso.
Non serve rincorrere dubbi di tradimenti o di giochi di fazioni.
Non serve invocare il desiderio di affrancamento nei “sudditi del ducato di Traetto”.
Il motivo di due sconfitte sta nell’asse FAZZONE-CUSANI-FORTE-GRAZIANO che ha fermamente volute queste due sconfitte e le ha cercate sin dalla costituzione delle liste per le elezioni regionali.
Da qui bisogna muovere, rimboccandosi le maniche e lavorare; iniziare, con metodo leghista, a riallacciare il rapporto con la gente, con i suoi bisogni e le sue necessità!
E’ questo che cerca la gente: una risposta concreta alle sue domande.
Le domande che facciamo a noi stessi ogni giorno, quelle più elementari: esigenze di sicurezza, stabilità, certezze di prospettive.
La gente sa anche bene che ,a volte, queste richieste è come chiedere la luna.
Ma l’errore che la classe politica ha fatto è stato quello che non ha messo neanche un po’ di buona volontà a dare delle risposte. E il suo ruolo imponeva che almeno un po’ di buona volontà lo mettesse!
Quasi diecimila consensi sono un ottimo patrimonio che non va disperso!
Romolo Del Balzo rappresenta ancora l’unica speranza che il PDL ha nel Sud Pontino!
Se viene meno anche lui, allora è meglio per tutti, ma prima ancora per il Sud Pontino e la sua gente che ci trasferiamo armi e bagagli tutti alla corte del nuovo re: Michele Forte!

domenica 11 aprile 2010

ELEZIONI REGIONALI, SUD PONTINO: COME FARSI DEL MALE NEL PDL

Indipendentemente da quale che sarà il risultato nel ballottaggio di Minturno, già si può dir che il PDL ha voltato pagina.
La mancata conferma del consigliere regionale Del Balzo rappresenta in sé la novità più importante nel panorama politico: i voti che sono mancati alla sua elezione sono stati davvero pochi, e sono mancati soprattutto nel suo bacino elettorale.
Sono mancati a Minturno, sono mancati a Santi Cosma e Damiano, sono mancati a Castelforte, sono mancati a Formia, e valutando la differenza in circa ottocento voti dall’ultimo dei non eletti, grande appare il rimpianto di non aver saputo cogliere questa possibilità, quella di eleggere un consigliere regionale che potesse essere punto di riferimento del PDL del Sud Pontino.
Le cause possono essere tante, e non vale nemmeno la pena ritornare su di esse: ma valutazioni vanno colte su quello che è il futuro degli schieramenti politici nel sud pontino.
Ancora una volta appare evidente la necessità di fare chiarezza sul ruolo dell’UDC: alleato a livello provinciale e regionale, costantemente avversario a livello locale.
Ma questo ruolo passa i secondo ordine rispetto a quello rivestito di personaggi che rivestono ruli istituzionali: primo fra tutto mi viene in mente a quello dell’assessore provinciale Stefanelli, che dapprima attacca la giunta Sardelli sui rifiuti all’indomani della creazione del movimento Progetto Futuro, poi partecipa attivamente attraverso la costituzione di una lista con lo stesso nome alla campagna le elettorale di Minturno. Ma la fiducia a Stefanelli non deriva anche dai voti di conglieri PDL, e primo tra tutti del suo capogruppo dr. Graziano.
Troppo spesso le istituzioni diventono il grimaldello per le campagne elettorali e per la propaganda: tutto questo è legittimo?
Nuove regole vanno cercate, nuove regole vanno rispettate: e queste sono le prime risposte che deve dare la classe dirigente del PDL, sia locale che provinciale.
Ma queste sono le risposte che deve dare il dr. Del Balzo, non a noi ma agli oltre novemila elettori che hanno posti la fiducia in lui.
Il percorso è lungo, le difficoltà sono senz’altro maggiori di quelle della campagna elettorale trascorsa; ma il tempo che abbiamo davanti e i consensi avuti sono tali da garantire più di una speranza per il futuro.
Buon lavoro.